lunedì 15 settembre 2008

EDIZIONE SPECIALE: LE TORRI GEMELLE DELLA SATIRA di Fabio Norcini e Riccardo Mannelli


Non so quanti se ne siano accorti, ma giovedì scorso, data fatidica, l’11 settembre, in prima pagina su “La Repubblica” è uscita un’articolessa di Curzio Maltese che, vox clamantis in deserto, affermava alcune elementari, direi fondamentali, cose. Che, in questo tunnel di particelle impazzite per andare a prenderselo direttamente in quel posto, quale l’umano consorzio sembra essere diventato, mi pare utile sottolineare. 

A parte la sacrosanta e doverosa citazione del “caro Sergio Saviane”, che pare un desaparecido dalla nostra memoria (come tutti coloro che davvero, viventi, morenti o già morti, hanno davvero rotto le scatole ai rappresentanti del potere, e sul quale mi riprometto di ritornare, visto che l’ho conosciuto bene) il Curzio Corto Maltese, ricordandosi talvolta di avere a che fare non solo con Hugo Pratt, ma anche con Caravaggio e gli altri combattenti contro i mulini a vento, colpiscono nel pezzo, che spero l’autore non me ne voglia se lo riproduco integralmente in calce, alcuni affondi inconsueti. Non solo per il giornalismo, ma per la cultura dominante. Innanzitutto quello contro la magistratura, vera casta di intoccabili, pari solo a quella pretesca. “E’ davvero curioso il modo –argomenta Maltese- di ragionare di certi magistrati. Diciamo la gran parte dei magistrati, quelli di cui si discute poco o nulla. Quelli che non si mettono in testa l’insana idea di applicare la legge uguale per tutti. Ma si limitano ad applicare la costituzione materiale che protegge i potenti e umilia i poveri cristi”. Ora, se Alfano darà l’autorizzazione a procedere per le parole della Guzzanti, ci sarà da vergognarsi di essere nati in questo paese, provincia del Vaticano (altro che “Bimbi a bordo”: “Abbordo bimbi”!). “La satira -cito ancora dal bel pezzo, però troppo cauto- diceva il caro Sergio Saviane, è figlia di primo letto della critica. Processare il diritto di satira è sempre stato il primo passo per abolire di fatto il diritto di critica”.
A’ Curzio? Ma non ti sei accorto che qua il diritto di critica è stato abolito da decenni? E che la stampa, massimamente quella finta progressista, è la più prezzolata; dalla quale ogni tanto ti lasciano scappare una scoreggina, neanche vestita, di lamentela. Ma resta sempre la maggiore garante del potere che tu intenderesti criticare? Però ben venga questo contributo che spero trovi posto sull’Asino, magari accompagnato da un disegno di Riccardo Mannelli, altro candidato alla desaparecion (ma forse si salva perche Alitalia manco lo porta a Ostia) che descrive bene lo stato dell’Italia. Senza ali (“Come sai non si vola”, aggiungerebbe Mogol). Resta il fatto che questo gridolino arriva dopo che le twin towers della satira, intese come torri di guardia a vigilanza della corruzione e dell’arroganza di chi governa, da noi sono crollate. Molto prima di qualsiasi 11 settembre.


Ma la satira non si processa 

di Curzio Maltese 

Per quanto volgare, la satira riesce a esserlo sempre meno del suo bersaglio, il potere. Arriva la notizia che Sabina Guzzanti è indagata dalla procura di Roma per le frasi sul Papa alla manifestazione di piazza Navona. Non staremo a ripetere quanto poco ci siano piaciute le allusioni di Sabina alla presunta vita sessuale di Joseph Ratzinger. Un´offesa all´intelligenza dei manifestanti e al talento della Guzzanti. Ma, con tutto questo, che senso ha processare la satira, in democrazia? La satira, diceva il caro Sergio Saviane, è figlia di primo letto della critica. Processare il diritto di satira è sempre stato il primo passo per abolire di fatto il diritto di critica.

La notizia della possibile incriminazione dell´attrice pone anche una questione paradossale. Più o meno questa: per la giustizia italiana l´Italia è meno importante del Vaticano? La procura di Roma ha infatti giustamente archiviato gli insulti rivolti nella stessa occasione da Beppe Grillo al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Non li ha trovati abbastanza volgari. Per di più erano indirizzati «soltanto» alla prima carica istituzionale della repubblica. Altro peso, altra misura, per le parole della Guzzanti sul papa, volgarissime e criminali. Perché? E´ davvero curioso il modo di ragionare di certi magistrati. Diciamo la gran parte dei magistrati, quelli di cui si discute poco o nulla. Quelli che non si mettono in testa l´insana idea di applicare la legge uguale per tutti, ma si limitano ad applicare la costituzione materiale che protegge i potenti e umilia i poveri cristi. Poiché il papa non è per l´appunto un «povero cristo», per lui vale una legge speciale. Si può offendere perfino il presidente, come ha fatto Grillo, dipingendolo come un don Abbondio pronto ad approvare per pavidità qualsiasi porcheria incostituzionale proposta da don Rodrigo Berlusconi. Questa è satira. Ma se si insinua che il papa possa essere omosessuale, peraltro non (ancora) un reato, allora si finisce sotto processo. In virtù del Concordato, questo catafalco fascista riverniciato da Craxi venticinque anni fa, che garantisce al Papa più rispetto del presidente della repubblica, allo Ior più segretezza delle banche svizzere e alla Chiesa più soldi della «casta».
All´autorizzazione a procedere contro Sabina Guzzanti manca soltanto il benestare del ministro della Giustizia, Alfano. A occhio e croce, la concederà. Il Paese è ormai pronto per i processi alle streghe. Dopo gli avvincenti dibattiti di questi anni sull´unità d´Italia (un errore?), sul fascismo (era male o no?), sulla morte cerebrale (è vera morte?), il ritorno alla Santa Inquisizione era prevedibile. Per il prossimo futuro aspettiamo tutti con ansia che si riapra la questione di Galileo (siamo sicuri che la terra gira intorno al sole?) e sull´anima delle donne, che fu concessa soltanto dal concilio di Magonza e con appena due voti di maggioranza. Nel frattempo possiamo contentarci dell´abolizione di fatto del diritto di satira sulla Chiesa. Non sarà un problema, all´inizio dell´anno scolastico, cancellare dai programmi la Divina Commedia e l´intera opera di Dante, grondante disistima nei confronti delle autorità cattoliche.