lunedì 28 aprile 2008


Da " VOGLIA DI CAMBIARE"

di Salvatore Giannella - Edizioni Chiarelettere


Così gli spagnoli hanno sottratto la televisione pubblica

al potere dei partiti


L’aveva promesso in campagna elettorale, nel 2004. E appena eletto

premier, il leader socialista Zapatero ha mantenuto la parola, riformando

la radiotelevisione pubblica spagnola e cancellando la «Tv di

partito».

Per affrontare questa sfida tutt’altro che facile, aveva affidato a

cinque saggi (tra questi, il filosofo e scrittore Fernando Savater, uno

dei più noti intellettuali in Spagna e anche in Italia, sostenitore del-

la prevalenza dell’etica in politica) il compito di elaborare una riforma

per garantire alla Tv pubblica indipendenza dai partiti di governo,

pluralismo e migliori contenuti.

L’11 maggio del 2006 hanno approvato la nuova legge che regolamenta

radio e televisione di proprietà dello Stato. Vota a favore la

Camera dei deputati, con l’eccezione del Partito popolare di opposizione.

La nuova normativa, che fa sue alcune delle raccomandazioni

dello studio presentato dal comitato dei cinque saggi, pone come

obiettivo l’indipendenza, l’obiettività, l’imparzialità e il pluralismo

politico nelle emittenti pubbliche.

Il 27 febbraio del 2007 parte il processo di riforma di Rtve. Prima

mossa, la riduzione dei costi: quattromilacentocinquanta dei

novemila dipendenti a casa (con prepensionamenti e indennizzi)

entro il 2008. Il debito di 7551 milioni di euro accumulati dall’ente

pubblico viene assunto dallo Stato. Ora la Radiotelevisión non è

più un ente pubblico ma una società anonima pubblica (Corporación

Rtve), con capitale statale e autonomia di gestione, sottoposta

al controllo del Parlamento.

Il nuovo modello prevede la creazione di un consiglio d’amministrazione

indipendente con maggiori funzioni e con più responsabilità

rispetto al passato. Il consiglio è formato da dodici membri

eletti con la maggioranza dei due terzi (quattro dal Senato e otto

dalla Camera) e ha un mandato di sei anni in modo da non coincidere

con la durata della legislatura. Anche il presidente viene nominato

dal Parlamento (in precedenza lo nominava il governo). E se

prima la televisione pubblica si finanziava solo con gli ingressi pubblicitari,

adesso il sistema di finanziamento è misto: il 35-40 per

cento infatti arriverà dalle casse dello Stato (ma non ci sarà nessun

canone per l’utente che continuerà a fruire della televisione pubblica

gratuitamente), il resto dalla pubblicità.

«I primi effetti positivi della riforma si sono già fatti sentire anche

se è un po’ troppo presto per fare un bilancio vero e proprio», spiega

Ángel Fernández, cinquantun’anni, giornalista specializzato in comunicazione

del quotidiano «El Mundo». «Un esempio? Basta guardare

i telegiornali: oggi sono più imparziali, mentre prima erano

sempre a favore del partito di governo e molto critici con le forze

politiche di opposizione. Per quanto riguarda i palinsesti, la nuova

Radiotelevisione spagnola punterà alla qualità. Grazie ai finanzia-

menti pubblici ci sarà infatti più informazione, più cultura (soprattutto

su La 2), più cinema spagnolo ed europeo, più spazio alle minoranze

sociali e meno pubblicità (da dodici minuti all’ora siamo

passati a nove). E almeno l’80 per cento dei programmi sarà di produzione

spagnola, abbattendo le spese per le acquisizioni di programmi

preconfezionati all’estero e dando più lavoro in casa.»

Quant’è distante la Rai italiana...